Visualizzazione post con etichetta Fotografia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fotografia. Mostra tutti i post

sabato 9 maggio 2015

Sant'Agata dei Goti


Foto di Franco Siconolfi

Sant'Agata dei Goti (BN)


giovedì 14 agosto 2014

Luna grande a Montesarchio (BN)

Foto di Michele Stanzione

Luna spettacolare alla Torre di Montesarchio (BN)
10 Agosto 2014

martedì 16 aprile 2013

Elliott Erwitt - Retrospettiva

 California, USA. 1955. © Elliott Erwitt / Magnum Photos


Torino - dal 16 aprile al primo settembre 2013
Elliott Erwitt - Retrospettiva

MUSEO CIVICO D'ARTE ANTICA - PALAZZO MADAMA
Piazza Castello (10124)
+39 0114433501
palazzomadama@fondazionetorinomusei.it
www.palazzomadamatorino.it


L’esposizione è l’occasione per far conoscere al pubblico una selezione di 136 fotografie in bianco e nero, scelte
fra quelle che hanno consacrato Elliott Erwitt come uno dei più grandi fotografi di fama mondiale. Il percorso
è composto da tre sezioni, ciascuna delle quali è incentrata su un tema significativo all’interno del vasto
repertorio iconografico del fotografo, nel quale ricorrono frequentemente immagini di bambini, animali domestici,
personaggi famosi, scatti pubblicitari, scorci di città, visitatori di musei, ecc.
orario: Da martedì a sabato dalle 10.00 alle 18.00
Ultimo ingresso ore 17.00
Domenica dalle 10.00 alle 19.00
Ultimo ingresso ore 18.00
Chiuso il lunedì
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: Intero: 8 € (nel prezzo del biglietto è compresa
l’audioguida).
Ridotto: 5 €, ragazzi tra i 13 e i 18 anni; aziende convenzionate;
(nel prezzo del biglietto è compresa l’audioguida).
vernissage: 16 aprile 2013. h 12 per la stampa
editore: SILVANA EDITORIALE
autori: Elliott Erwitt
note: conferenza stampa:
martedì 16 aprile ore 12.00, Camera delle Guardie (primo piano), Palazzo Madama
genere: fotografia, personale




comunicato stampa 
Dal 17 aprile al 1 settembre 2013 la casa editrice d’arte Silvana Editoriale organizza, insieme alla celebre agenzia
fotografica Magnum Photos, una ricca retrospettiva dedicata al fotografo della commedia umana Elliott
Erwitt, ospitata nella Corte Medievale di Palazzo Madama a Torino. La mostra nasce in collaborazione con il
Comune di Torino e la Fondazione Torino Musei.
L’esposizione è l’occasione per far conoscere al pubblico una selezione di 136 fotografie in bianco e nero, scelte
fra quelle che hanno consacrato Elliott Erwitt come uno dei più grandi fotografi di fama mondiale. Il percorso
è composto da tre sezioni, ciascuna delle quali è incentrata su un tema significativo all’interno del vasto
repertorio iconografico del fotografo, nel quale ricorrono frequentemente immagini di bambini, animali domestici,
personaggi famosi, scatti pubblicitari, scorci di città, visitatori di musei, ecc.
Elio Romano Erwitt nasce nel 1928 a Parigi da genitori russi di origine ebraica, trascorre l’infanzia a Milano fino
al 1939, quando la famiglia emigra negli Stati Uniti a causa del fascismo. In America decide di cambiare il suo
nome in Elliott (“Hello Elio” suonava come uno scioglilingua) e inizia a interessarsi alla fotografia frequentando
la Hollywood High School di Los Angeles, mentre contemporaneamente lavora in un laboratorio che realizza
stampe autografate per i fan delle stelle del cinema. Membro di Magnum Photos dal 1953 – fu proprio Robert
Capa, socio fondatore dell’agenzia, a invitarlo a farne parte –, da oltre sessant’anni racconta la vita quotidiana
e quella mondana con lucidità e arguzia.
“Si tratta di reagire a ciò che si vede, senza preconcetti – afferma – si possono trovare immagini da fotografare
ovunque, basta semplicemente notare le cose e la loro disposizione, interessarsi a ciò che ci circonda
e occuparsi dell’umanità e della commedia umana”.
Erede della tradizione fotografica che rese celebre Henri Cartier-Bresson, basata sull’abilità compositiva e
sull’istintiva sensibilità nel “cogliere l’attimo”, Elliott Erwitt è riuscito a emergere con originalità nel panorama
della fotografia del Novecento grazie a un piglio molto personale con cui è riuscito a raccontare il genere
umano in tutte le sue manifestazioni, con distacco e realismo.
Il suo sguardo sottolinea con delicatezza il carattere comico, insolito o ridicolo di alcuni aspetti della vita,
con una predilezione per gli scatti rubati, presi per strada, spesso all’insaputa dei soggetti ripresi. “Una forma
di espressione fotografica sempre più difficile”, ha dichiarato Erwitt.
ELLIOTT ERWITT
Retrospettiva
Le opere in mostra svelano la sottile ironia con cui ha saputo cogliere le piccole contraddizioni del reale e lo humour
con cui si è divertito a svelare il doppio gioco del caso, come è evidente nella serie “Museum Watchers”
o negli scatti dedicati ai cani – uno dei suoi soggetti preferiti – indagato in maniera spesso esilarante.
L’esposizione di Palazzo Madama rappresenta una delle più ricche restrospettive dedicate a Elliott Erwitt degli
ultimi anni, e senza dubbio offre una visione della fotografia che ancora oggi ha molto da raccontare.
La mostra è accompagnata da un volume che raccoglie la selezione di fotografie del percorso espositivo e un
contributo della giornalista e critica fotografica Angela Madesani.





venerdì 22 marzo 2013

Filippo Armellin - Land Cycles

"Land Cycle #05", 2012, Acrylic lambda print on dibond, 105x70cm

Milano - dal 21 marzo al 25 maggio 2013
Filippo Armellin - Land Cycles

THE FLAT - MASSIMO CARASI
Via Paolo Frisi 3 (20129)
+390258313809 , +39 0258313809 (fax), +39 022155325
carasi-massimo@libero.it
www.carasi.it


mostra personale
orario: dal martedì al sabato ore 14.00 - 19.30 o su appuntamento
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: free admittance
vernissage: 21 marzo 2013. ore 18.30
catalogo: in galleria.
autori: Armellin Filippo
genere: fotografia, personale

comunicato stampa 
Nel mito di Caino ed Abele i due fratelli rappresentano simbolicamente due diversi modi di vivere: uno temporale l'altro spaziale (1). Noi viviamo la condizione metaforica di Caino e del suo fratricidio. Viviamo un’epoca in cui il tempo annulla lo spazio. Abele infatti rappresenta il principio dello spazio in continua espansione in cui niente è duraturo, dove non c'e possibilità di artificio umano e nessuna possibilità sistematica di sfruttamento industriale delle risorse. Con l'uccisione simbolica di Abele, gli uomini iniziano
a dare preminenza al tempo, sviluppando una cultura nella quale la vita ė organizzata e ristretta in frammenti infiniti, stagioni e cicli. Lo spazio invece è ridotto di importanza e considerato una semplice risorsa.

Partendo da queste idee ho deciso di produrre immagini di spazi fatti di terre cieli e mari: questi sono gli elementi basilari che ci mancano oggi e per tale ragione essi sono divenuti i più espressivi. Guardando le opere, l'interpretazione si impernia attorno all'ambiguità tra la percezione di un paesaggio reale o di una visione. Esplorando la capacità della fotografia di distorcere ciò che essa riproduce, Land Cycles si colloca tra la realtá e la finzione gettando uno sguardo sull'età dell'oro.

Filippo Armellin

(1) René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, pg.141, Adelphi, Milano 1982.

Filippo Armellin, 1982, vive e lavora a Milano.
Nel 2007 dopo aver conseguito la Laurea Specialistica in Progettazione e Produzione delle Arti Visive presso lo IUAV di Venezia si trasferisce per due anni a Roma lavorando con l’artista concettuale Joseph Kosuth. Durante questo periodo collabora per la progettazione e produzione di diverse mostre internazionali con enti quali: la Biennale di Venezia, i Musei Capitolini di Roma, La Casa Encendida di Madrid, El Centro Arte Atlantica e Moderna di Las Palmas. Nel 2010 consegue il diploma di fotografo a Milano presso l’istituto di formazione R. Bauer e assiste per un
breve periodo il fotografo G. Toja.

Selected Show :
2013 Land Cycles, The Flat - Massimo Carasi, Milano, Italia. / 2012 dOCUMENTA (13), Francesco Bertelè, La Casa mondano. Un archivio ispirato da Donna Haraway scritti sulla multi-specie di co-evoluzione compilato e presentato da Tue Greenfort, Kassel, Germania. / 2011 Abitare il Tempo, Giulio Capellini Studio, Verona, Italia. / 2008 Group Show, a cura di Antonio Muntadas, Palazzo delle Terese, Venezia, Italia. / 2007 La città e il suo doppio, a cura di Lewis Baltz e Antonello Frongia, Fondazione Bevilacqua la Masa, Venezia, Italia.





giovedì 21 marzo 2013

Joel-Peter Witkin - Il Maestro dei suoi Maestri

 Woman with small breasts, 2007 / (Donna con piccoli seni, 2007). Stampa al bromuro d’argento montata su alluminio con pittura a olio / 63,5 x 58 cm. © Joel-Peter Witkin, courtesy Baudoin Lebon


Firenze - dal 21 marzo al 23 giugno 2013
Joel-Peter Witkin - Il Maestro dei suoi Maestri

MNAF - MUSEO NAZIONALE ALINARI DELLA FOTOGRAFIA
Piazza Di Santa Maria Novella 14ar (50123)
+39 055216310 , +39 0552646990 (fax)
mnaf@alinari.it
www.alinarifondazione.it


La Fratelli Alinari. Fondazione per la Storia della Fotografia, in collaborazione con la Galleria Baudoin Lebon, di Parigi presenta a Firenze al MNAF l’opera fotografica unica e provocatoria di Joel-Peter Witkin (New York, 1939).
La mostra propone una selezione dei lavori del fotografo americano, noto per le sue immagini enigmatiche in cui la gloria del corpo umano si confonde con la miseria e la ricerca spirituale con l’inquietudine religiosa
orario: tutti i giorni compresi festivi 10,00 – 18,30, chiuso mercoledì.
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: Intero € 9,00; Ridotto € 7,50; Convenzioni € 6,00; Scuole € 4,00; Gratis bambini fino a 5 anni.
vernissage: 21 marzo 2013.
autori: Joel-Peter Witkin
genere: fotografia, personale



comunicato stampa 
La Fratelli Alinari. Fondazione per la Storia della Fotografia, in collaborazione con la Galleria Baudoin Lebon, di Parigi presenta a Firenze al MNAF l’opera fotografica unica e provocatoria di Joel-Peter Witkin (New York, 1939).
La mostra propone una selezione dei lavori del fotografo americano, noto per le sue immagini enigmatiche in cui la gloria del corpo umano si confonde con la miseria e la ricerca spirituale con l’inquietudine religiosa.
Nel suo lavoro Witkin applica la metodologia compositiva tipica del pittore, rivisitando i temi della mitologia occidentale, i capolavori della tradizione artistica europea e la rappresentazione canonica del corpo umano. Le sue opere sono dense di citazioni formali in cui mescola insieme i grandi nomi della storia della fotografia, come Muybridge, Rejlander e Holland Day, con la scultura greca e romana, l’arte barocca, neoclassica e moderna. Il lavoro di Witkin è dominato dal tema della rappresentazione della nudità, i suoi legami con l’erotismo, la sofferenza e il piacere, ma anche con il deterioramento e la morte.
In un percorso di 55 opere, la mostra offre l’occasione di apprezzare l’aspetto creativo e interpretativo di Witkin nella sua sperimentazione fotografica. Ogni opera è il risultato di una lunga e complessa elaborazione formale che riguarda sia i soggetti ritratti che il processo di stampa. Le fotografie sono frutto di una serie di passaggi manuali in cui Witkin sperimenta le tecniche più diverse dal graffio allo strappo dei negativi, dall’utilizzo di filtri a varie tipologie di ostacoli posti tra il supporto e l'ingranditore. Le sue composizioni sono ampiamente studiate e create con la massima cura per i dettagli. Le scene sono ricche di rimandi, più o meno espliciti, ai grandi maestri dell’arte da Velasquez a Manet. Witkin affronta le stesse problematiche plastiche e gli stessi ambiti iconografici di questi capolavori, ritraendo e celebrando in atmosfere sublimi i corpi di soggetti ritenuti storicamente non rappresentabili come nani e storpi, androgini ed ermafroditi.
Nato a New York nel 1939 da padre lituano e madre di origine italiana, Witkin riceve la sua prima formazione fotografica durante il servizio militare quando gli vengono commissionati dei reportage per documentare la vita quotidiana di alcuni reggimenti di base in Europa e in altri paesi. Abbandonate le armi studia arte prima alla University of Columbia e dopo alla University of New Mexico, quando si trasferisce Albuquerque, dove vive tuttora. A partire dalla fine degli anni Settanta inizia a occuparsi di fotografia in modo continuo e a lavorare con modelli anormali ingaggiati in incontri fortuiti o tramite inserzioni. Trascorre del tempo tra i fenomeni da baraccone e sviluppa uno stile individuale e molto riconoscibile sia nella fotografia che nella tecnica di stampa dove, fin da subito, si concentra nella sperimentazione.
Sebbene non sia mai stato un reporter o un fotografo di eventi, Witkin ha viaggiato molto. Ha una approfondita conoscenza della storia dell’arte, sia antica che moderna, e del vocabolario plastico. Trascorre molto tempo nella camera oscura e non interviene mai sulle sue fotografie con tecniche digitali. Le sue immagini vengono pensate a lungo prima di vedere la luce e sono meticolosamente preparate con schizzi a matita o carboncino per raggiungere la composizione finale.
Le opere di Witkin sono state esposte nei principali musei e centri d’arte internazionali; nel 1999 è stato nominato Chevalier de l’ordre des Arts et des Lettres e nel 2000 Commandeur de l’ordre des Arts et des Lettres.




venerdì 15 marzo 2013

Erman Izzi - I'M NOT THAT


Pesaro (PU) - dal 15 marzo al 14 aprile 2013
Erman Izzi - I'M NOT THAT

CIRCOLO CULTURALE L'OTTO
Viale Donato Bramante 65 (61121)


Una serie di scatti che supera l’accezione puramente classica del ritratto, per indagare le relazioni umane, ingannando il senso dell’esplicita apparenza
orario: tutti i giorni, escluso lunedì
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: free admittance
vernissage: 15 marzo 2013. ore 19.30
autori: Erman Izzi
genere: fotografia, personale
email: erman_i@hotmail.it



comunicato stampa 
I'M NOT THAT, i ritratti di Erman Izzi in mostra al Circoloculturale L'Otto

Venerdì 15 marzo alle ore 19.30 presso il Circoloculturale L'Otto, in via Bramante 65 a Pesaro, verrà inaugurata "I'm not That", la mostra fotografica di Erman Izzi.

I’M NOT THAT, una serie di scatti che supera l’accezione puramente classica del ritratto, per indagare le relazioni umane, ingannando il senso dell’esplicita apparenza.

Le opere, concepite per essere volutamente evocative, sono sospese tra la luce e l’ombra. In questi venti ritratti che Rita Bonomo vede "destinati a diventare una moltitudine", Erman Izzi "mette in atto l’abile gioco del ricondurre il fruitore alla pratica del riconoscimento". In esse infatti l’osservatore è obbligato ad addentrarsi e a rintracciare un significato che “prima si nasconde nel gioco dello straniamento ed infine -sotto le mentite spoglie dell’oggetto feticcio- si restituisce.”

Durante la serata inaugurale di venerdì 15 marzo verrà allestito un set fotografico dove l'artista realizzerà alcuni ritratti in estemporanea.

Erman Izzi è nato a Foggia nel 1977 e si è diplomato in pittura presso l'Accademia di BB.AA. di Urbino nel 2005. Durante gli anni di studio la ricerca espressiva pittorica e la passione per la fotografia, costantemente accompagnata dall’interesse per l’arte cinematografica, hanno portato l'artista a lavorare contaminando e fondendo i linguaggi figurativi. Tra le sue opere si ricordano le stampe digitali su tela (plotter di grandi dimensioni) nelle quali l’intervento ad olio trasforma e ammorbidisce i netti controluce, facendo sì che le immagini emergano dal buio o appaiano come ectoplasmi su bianchi totali. I’M NOT THAT è l’ultimo lavoro realizzato da Erman Izzi.

L'esposizione resterà aperta fino al 14 aprile (aperta tutti i giorni, escluso lunedì). Il set fotografico resterà aperto per la creazione di nuovi ritratti.



Ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso. […] Fernando Pessoa
Lo specchio, il suo gioco: l’oggetto ritratto, ritrattato e poi restituito.
C’è un pittore alla corte del POP, si chiama Erman forse, o forse Mirco, forse Patrizio- ma certamente Izzi
è il suo cognome.
C’è un pittore alla corte degli oggetti smarriti che ne rintraccia il possessore ed enigmisticamente poi ad
esso li restituisce, in apparente casuale abbinamento.
E gli piace giocare al pittore, ad Erman Izzi, anche se pittore non è Erman Izzi, egli –in luogo di tavolozza e
pennelli- imbraccia la sua Canon EOS 1000D e posto il fondo neutro, alla maniera d’un pittore di corte del
‘500-; prese dunque le dovute distanze attraverso il taglio ineccepibile dell’iconografia più tradizionale del
ritratto; data la giusta luce dentro la quale il pittore plasma l’espressione del soggetto; dato il suo
ermellino a ciascuno, prima si nasconde nel gioco dello straniamento ed infine -sotto le mentite spoglie
dell’oggetto feticcio- si restituisce.
Così il ritratto, concepito con un’impeccabile pulizia formale, sembra voler permettere che ad esso si
trasponga la menzogna dell’oggetto. Poi “ritratta” e, davanti al fruitore più attento, pare dire che esiste
un gioco alchemico tra l’adoperato oggetto e, se potesse –detto oggetto – ritenersi talismano, il suo
protetto. E si ribalta in indizio, quale segno distintivo, per poter meglio sopravvivere nel canto corale di
questo I’m not that! Dove l’io trasecola davanti alle sue apparenti strutture patinate, con le ciglia
glamour, l’incarnato perfetto, lo sguardo assente, e rivendica uno status ben più intimistico. Rivendica la
pasta con cui è scolpito Mirco, ad esempio, che un tempo è stato bambino e che bimbo torna dietro la sua
big babol nonostante il collare della “granditudine” . Restituisce alla memoria la barchetta di carta di Ian. E
restituisce Patrizio alla sua identità di Patrizio, ad esempio, strappandosi dall’ingombro d’un passato eroico
per ripristinarsi, libero, nella sua statura di anti-eroe insieme alla ribellione di Lalli e il suo anti-hitler che
passando attraverso il minimalismo di Chaplin lo ridimensiona ad umanoide dalla precaria statura.
Dentro i suoi già venti ritratti, certamente destinati a diventare una moltitudine, attraverso l’ oggetto di
collettiva memoria, Erman sembra mettere in atto l’abile gioco del ricondurre il fruitore alla pratica del
riconoscimento. Un gioco al rimpiattino che include – necessario- il disvelamento: un gioco di specchi
che innesta, necessaria, la traslazione dell’immagine riflessa; l’ologramma ripetuto ad libitum; lo sguardo del pittore ad interim attraverso il maleficio dell’ oggetto di collettiva memoria. Così mentre il fruitore sembra riconoscersi attraverso quel particolare segno distintivo in realtà rintraccia l’uomo dentro l’artista, rintraccia Erman e la prolissità di se stesso. Questa infine, l’infinitudine del gioco.

Rita Bonomo



giovedì 14 marzo 2013

Robert Capa - Retrospettiva


Torino - dal 14 marzo al 14 luglio 2013
Robert Capa - Retrospettiva

PALAZZO REALE
Piazzetta Reale (10122)
+39 0114361455 , +39 0114361448 (fax)
pal.reale@ambieteto.arti.beniculturali.it
www.ambienteto.arti.beniculturali.it


Dal 15 marzo al 14 luglio 2013 Palazzo Reale di Torino celebra con un’importante retrospettiva uno dei maestri della fotografia del XX secolo: Robert Capa, in occasione del centenario dalla nascita
orario: Dal martedì alla domenica 9,30 - 18,30 Ultimo ingresso ore 18, Chiuso il lunedì
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: free admittance - Intero: 8 € nel prezzo del biglietto è compresa l’audioguida. Ridotto: 5
vernissage: 14 marzo 2013.
ufficio stampa: dr-pie.comunicazione@beniculturali.it
autori: Robert Capa
note: Giovedì 14 marzo ore 12 Palazzo Chiablese, Salone degli Svizzeri Conferenza stampa di presentazione della mostra
genere: fotografia, personale


comunicato stampa 
ROBERT CAPA

Retrospettiva

15 marzo - 14 luglio 2013

Palazzo Reale di Torino

Dal 15 marzo al 14 luglio 2013 Palazzo Reale di Torino celebra con un’importante
retrospettiva uno dei maestri della fotografia del XX secolo: Robert Capa, in occasione
del centenario dalla nascita. La mostra, patrocinata dal Comune di Torino, è organizzata
dalla casa editrice d’arte Silvana Editoriale in collaborazione con Magnum Photos, celebre
agenzia fotografica di cui Robert Capa fu uno dei soci fondatori nel 1947.
Alla conferenza stampa sarà presente John Morris, primo direttore di Magnum Photos,
che parlerà della grande amicizia che lo ha legato a Robert Capa. Morris conobbe Capa
durante la seconda guerra mondiale quando era responsabile della redazione londinese
della rivista Life e assicurò la copertura dello sbarco in Normandia con la pubblicazione
delle storiche foto di Capa, che documentarono i momenti cruciali dell'azione. Da allora i
due instaurarono un sodalizio umano e lavorativo che si interruppe solo nel 1954, quando
John Morris ricevette il telegramma che annunciava la tragica morte del collega e amico.
Nel 1938 Robert Capa fu definito dalla prestigiosa rivista inglese Picture Post “Il migliore
fotoreporter di guerra nel mondo”. Sebbene il suo lavoro sia in molti tratti lirico e talvolta
anche spiritoso – tanto da essere paragonabile a quello di altri fotografi come André
Kertész o Henri Cartier-Bresson – tuttavia la forza visiva e l’incisività delle sue fotografie,
oltre alla quantità dei reportages realizzati, giustificano ancora oggi questo lusinghiero
giudizio.
Senza dubbio l'esperienza bellica fu al centro della sua attività di fotografo: iniziò come
fotoreporter durante la guerra civile spagnola (1936-39), proseguì attestando con i suoi
scatti la resistenza cinese di fronte all'invasione del Giappone (1938), la seconda guerra
mondiale (1941-45) – fra cui spicca la documentazione dello sbarco in Normandia – e
ancora il primo conflitto Arabo-Israeliano (1948), e quello francese in Indocina (1954),
durante il quale morì, ucciso da una mina antiuomo, a soli 40 anni.
Robert Capa fu tra i primi a capire l'importanza del mezzo fotografico come arma di
denuncia e di testimonianza, i suoi reportages comparirono sulle più importanti riviste
internazionali, fra le quali Life e Picture Post.
Durante la sua breve e folgorante carriera riuscì a documentare cinque guerre, con quel
suo modo di fotografare potente e toccante allo stesso tempo, senza alcuna retorica e con
un’urgenza tale da spingersi a scattare a pochi metri dai campi di battaglia, fin dentro il
cuore dei conflitti.
Non gli fu difficile raccontare gli esuli, i soldati feriti, la popolazione civile stremata perchè
conosceva molte delle esperienze di coloro che aveva ritratto. Egli stesso era stato un
rifugiato politico, aveva provato in prima persona la fame, il dolore della perdita, la fuga
dalla furia dell'antisemitismo nazista, esperienze che lo portarono a provare una profonda
empatia, un'intima fratellanza con i protagonisti delle sue fotografie.
Le sue immagini colpiscono ancora oggi per la loro immediatezza, per l’empatia e
l’umanità che riescono a comunicare: più che le battaglie, Capa racconta gli eventi bellici
attraverso gli sguardi della popolazione civile, dei bambini, e di tutti i sopravvissuti che,
nonostante le perdite e la distruzione, riescono, con ammirevole forza e dignità, ad andare
avanti: immagini che sono entrate in maniera indelebile nell’immaginario del Novecento.

L'esposizione racconta il percorso umano e artistico di Capa attraverso 97 fotografie in
bianco e nero, raggruppate in undici sezioni: Leon Trotsky (1932), France (1936-1939),
Spain (1936-1939), China (1938), Britain & Italy (1941-1944), France (1944), Germany
(1945), Eastern Europe (1947-1949), Israel (1948-1950), Indochina (1954), Friends.
In mostra sono inoltre presenti alcune fotografie di personaggi famosi – da Picasso a
Hemingway, da Matisse a Ingrid Bergman – che illustrando le grandi qualità di ritrattista
di Capa, dimostrando che non può essere etichettato semplicemente come fotografo di
guerra: molte delle sue immagini infatti catturano, con sensibilità e arguzia, anche le gioie
della pace.

ROBERT CAPA
Retrospettiva
15 marzo - 14 luglio 2013
Palazzo Reale
Piazzetta Reale, 1 - Torino

Orari:
Dal martedì alla domenica 9,30 - 18,30
Ultimo ingresso ore 18,00
Chiuso il lunedì

Biglietti:
Intero: 8 € nel prezzo del biglietto è compresa l’audioguida.
Ridotto: 5 € ragazzi tra i 13 e i 18 anni d’età; visitatori in possesso di un biglietto d’ingresso
unico a Palazzo Reale, Armeria Reale e Galleria Sabauda; aziende convenzionate. Nel
prezzo del biglietto è compresa l’audioguida.
Gratuito: Bambini da 0 a 12 anni d’età; portatori di handicap; dipendenti del Ministero per i
Beni e le Attività Culturali, è compresa l’audioguida.


Tina Modotti. Fotografa


Roma - dal 14 marzo al 7 aprile 2013
Tina Modotti. Fotografa

AUDITORIUM - PARCO DELLA MUSICA
Viale Pietro De Coubertin 34 (00196)
+39 0680241436
info@musicaperroma.it
www.auditorium.com


Inaugura giovedì 14 marzo alle 18 la mostra Tina Modotti, Fotografa prodotta da CinemaZero e presentata dalla Fondazione Musica per Roma in collaborazione con Contrasto presso l’AuditoriumArte dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Si tratta anche del secondo appuntamento espositivo della rassegna La fotografia al femminile inaugurata a dicembre con la mostra Charlotte Rampling. Album segreti. La rassegna proseguirà con le mostre dedicata alle fotoreporter che hanno raccontato la guerra ma anche la vita quotidiana (le fotografe della mitica rivista americana LIFE) e, a seguire, uno sguardo sulla creazione contemporanea delle giovani autrici italiane (Odd Days: – collettivo di fotografe under 35).
orario: dal lunedì al venerdì dalle ore 17 alle 21;
sabato e domenica dalle ore 11 alle 21
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: free admittance
vernissage: 14 marzo 2013. h 18
editore: CONTRASTO
autori: Tina Modotti
genere: fotografia, personale

comunicato stampa 
Ogni volta che si usano le parole ‘arte’ o ‘artista’ in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa, e niente altro.
Tina Modotti


Inaugura giovedì 14 marzo alle 18 la mostra Tina Modotti, Fotografa prodotta da CinemaZero e presentata dalla Fondazione Musica per Roma in collaborazione con Contrasto presso l’AuditoriumArte dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Si tratta anche del secondo appuntamento espositivo della rassegna La fotografia al femminile inaugurata a dicembre con la mostra Charlotte Rampling. Album segreti. La rassegna proseguirà con le mostre dedicata alle fotoreporter che hanno raccontato la guerra ma anche la vita quotidiana (le fotografe della mitica rivista americana LIFE) e, a seguire, uno sguardo sulla creazione contemporanea delle giovani autrici italiane (Odd Days: – collettivo di fotografe under 35).


Sessanta immagini, tra le più importanti ed evocative del percorso umano, politico e artistico di Tina Modotti. In particolare, brillano all'interno della mostra i capolavori scattati durante gli anni messicani, periodo maggiormente fecondo e appassionato dell'attività della Modotti.
La mostra ricostruisce in maniera il più possibile documentata la sua straordinaria vicenda artistica come la sua non comune vicenda umana che la rese protagonista in quegli anni in Messico, Russia, Spagna, Germania.


Nata a Udine alla fine dell’Ottocento, Tina Modotti è stata un esempio straordinario di donna e di fotografa profondamente impegnata nella società. Attrice, modella, rivoluzionaria, fotografa: donna audace e scandalosa, dal fascino esotico, emigrata per inseguire la carriera di attrice a Hollywood, trova la fotografia e l’amore con Edward Weston; insieme saranno in Messico dove scopre un intero paese, la sua vera vocazione di fotografa e di rivoluzionaria.


La carriera fotografica di Tina Modotti è breve, ma articolata. Da una prima fase “romantica”, come venne definita da Manuel Alvarez Bravo, in cui si dedica alla natura, passa a una fase decisamente più rivoluzionaria in cui racconta la vita e il lavoro: la fotografia diventa allora un mezzo per le sue denunce sociali. Frequenta i più importanti artisti e intellettuali messicani e americani, da Frida Kahlo a Dos Passos, ai pittori muralisti; coltiva la sua passione e il suo impegno politico al punto di utilizzare il mezzo fotografico come strumento della sua militanza, pubblicando per riviste di partito. Bandita dal suo paese d’adozione in seguito a una accusa di tentato omicidio, Tina torna in Europa, vive nella Russia Sovietica, si occupa di rifugiati e perseguitati politici. Infine si unisce alle Brigate Internazionali nella guerra civile spagnola dove incontra e frequenta personaggi del calibro di Capa, Hemingway, Malraux. Al suo ritorno in Messico, sotto pseudonimo, insieme al suo compagno nella vita e nella lotta politica, Vittorio Vidali, conduce una difficile vita da clandestina. Muore in circostanze misteriose il 5 gennaio 1942. Neruda scriverà una poesia dedicata a lei, i cui primi versi saranno l’epitaffio scolpito sulla sua lapide,

“Tina Modotti, sorella non dormi,
no, non dormi:
forse il tuo cuore sente crescere
la rosa di ieri, l’ultima rosa di ieri,
la nuova rosa.
Riposa dolcemente sorella”

Accanto alle fotografie, l’esposizione è arricchita dal documentario Tinissima: il dogma e la passione, di Laura Martinez Diaz e da spezzoni del film muto degli anni ’20 che l’ha vista protagonista, The Tiger’s Coat.



Francesco Viscuso - Project Room #05

 Francesco Viscuso, Project Room #05, courtesy elsewhere factory

Roma - dal 14 marzo al 14 aprile 2013
Francesco Viscuso - Project Room #05

CARGO
Via Del Pigneto 20 (00176)
06 97617820
cargo.pigneto@gmail.com


La collaborazione tra il CARGO di Roma e lo studio creativo elsewhere factory prosegue con il quinto appuntamento del ciclo espositivo PROJECT ROOM, che dal 14 Marzo al 14 Aprile 2013 presenterà il lavoro del giovane fotografo catanese Francesco Viscuso.
orario: tutti i giorni dalle ore 18 alle ore 02
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: free admittance
vernissage: 14 marzo 2013. ore 19
curatori: Elsewhere Factory
autori: Francesco Viscuso
genere: fotografia, arte contemporanea, personale



comunicato stampa 
Dal 14 Marzo al 14 Aprile 2013, il CARGO di Roma si trasformerà nel laboratorio creativo di Francesco Viscuso, protagonista del quinto appuntamento con il ciclo espositivo PROJECT ROOM, a cura di elsewhere factory.

Giovane fotografo catanese con base a Roma, Francesco Viscuso porta avanti da anni una ricerca che spazia dalla fotografia - suo principale mezzo espressivo - al campo del ready made, dell’installazione e del video. Le tematiche principali del suo lavoro sono il Tempo, la Memoria e il Trauma, e nelle sue opere il dramma si mescola alla critica sociale, in un'approfondita ricerca che è al contempo sempre interiore.

Combinando stimoli e fonti di ispirazione trasversali, che abbracciano la storia dell'arte come la poesia, la letteratura, la filosofia e il cinema, Francesco Viscuso trasporterà il pubblico del Cargo in un'atmosfera onirica avvolgente, che nel presentare oggetti, materiali e strumenti di lavoro, non mancherà di raccontare gli aspetti inediti e nascosti del suo percorso creativo.

*
Nato a Catania nel Novembre del 1980, Francesco Viscuso vive e lavora a Roma. Diplomatosi all’Istituto Statale d’Arte di Catania e laureatosi in Critica d’Arte all’Università di Roma “La Sapienza” con una tesi dal titolo "Joseph Cornell: diario dell'effimero", porta avanti da anni la sua ricerca artistica che, iniziata dalla pittura, spazia dal campo del ready made a quello dell’installazione (anche sonora) e del video. Tuttavia, resta la fotografia il suo principale mezzo espressivo. Le tematiche principali del suo lavoro sono il Tempo, la Memoria e il Trauma e nelle sue opere il dramma si mescola alla critica sociale in una ricerca sempre interiore che approfondisce la questione del proprio sguardo nel rapporto con l’esser-ci. La fotografia – e più in generale l’immagine stessa – non è per lui la possibilità di un contatto con una presunta realtà esterna, ma piuttosto “la luce della mente, terribilmente sconvolta”.
Pur ammirando il lavoro di fotografi come Jan Saudek, Miroslav Tichý, Masao Yamamoto, Nan Goldin, Roger Ballen, Robert & Shana Parkeharrison, è la pittura (da Hieronymus Bosch a Rembrandt, da Vermeer a Caravaggio fino a Dino Valls) la sua principale fonte di stimolo, insieme alle atmosfere evocate dall'opera di Joseph Cornell e Marcel Duchamp. Altri importanti stimoli vengono da grandi pensatori: Sigmund Freud, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Jacques Derrida, Maurice Merleau-Ponty; da poeti: Paul Celan, Rainer Maria Rilke, Stéphane Étienne Mallarmé, Arthur Rimbaud, Georg Trakl, Edoardo Sanguineti; dal cinema: Peter Greenaway, Lars von Trier, David Lynch, Ingmar Bergman, Andrei Arsenyevich Tarkovsky.

Franco Donaggio - I Luoghi della Mente

 Spazi Di Orfeo

Milano - dal 14 marzo al 5 aprile 2013
Franco Donaggio - I Luoghi della Mente

AMY D
Via Lovanio 6 (20124)
+39 02654872
info@amyd.it
www.amyd.it


Un'importante personale dell'artista e fotografo veneto Franco Donaggio: in mostra le due raccolte "Station" e "Prima del Giorno".
orario: da lunedì a sabato 9-12 e 14.30-18.30
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: free admittance
vernissage: 14 marzo 2013. h 18.30
ufficio stampa: Vittorio Schieroni
vittoschiero@tin.it
cel. 339.2202749
curatori: Anna d'Ambrosio
autori: Franco Donaggio
genere: fotografia, arte contemporanea, personale





comunicato stampa 
La galleria Amy-d arte spazio in occasione del Photofestival di Milano espone dal 14 marzo al 05 aprile 2013 le opere di Franco Donaggio.

Due le raccolte esposte: Station e Prima del Giorno raggruppate per l’occasione sotto il titolo unico i luoghi della mente, a sottolineare il legame d’intenti e di sensibilità esistente tra le opere dell’artista. In mostra due video realizzati dall’autore.

Ombre nell’atrio della stazione centrale di Milano si stagliano in controluce risaltando nere dinanzi all’uscita, inondata di sole. Passeggeri fantasmagorici senza nome che Franco Donaggio pare aver prelevato da un suo sogno personale per ingaggiarli qui, in queste sue fotografie fluide, impressioniste, visionarie, come per dar loro una nuova chance di destinazione. Hanno espressioni ascetiche e i loro volti, prossimi alla liquefazione, ricordano i ritratti scomposti di Francis Bacon. Ciò che più evocano queste immagini magistralmente composte, è il senso di solitudine intrinseca alla condizione umana.
La sua stazione, contenitore temporaneo di presenze precarie e passi frettolosi, diviene il crocevia per eccellenza di destini solitari su binari paralleli. Il tema della solitudine, tanto caro all’autore, viene riproposto anche in Prima del Giorno, la raffigurazione di un mondo surreale che richiama, nelle architetture e nello stile, la scenografia del film Metropolis, di Fritz Lang; le atmosfere oniriche di talune “città invisibili” di Italo Calvino; l’ambientazione metafisica delle tele di De Chirico. Opere algide, sofisticate, geometricamente formidabili, che sono godibili sia attraverso una lettura interpretativa d’impatto immediato, capace di restituire al volo il gusto dell’ineccepibile eleganza formale; sia con atteggiamento più ragionato e indagatore, capace di sollecitare una visione più intellettualistica e concettuale non scevra di rimandi storici, cinematografici, pittorici. L’uomo, nelle inquadrature di Donaggio, è ben piccola cosa dinanzi all’impianto scenico gigantesco che è l’esistenza. Là in stazione, masse di figure collettive dall’incedere instabile; qui in questo pianeta apocalittico, omini minuscoli si sentono spiazzati in un mondo futuristico duro come il marmo, senza un filo d’erba. E Franco Donaggio è un maestro assoluto nel sottolineare, sempre e ovunque, l’estraneità dell’essere umano in contesti metropolitani, la solitudine di un viaggio solo andata, il silenzio di un grido senza eco.
Cristina Franzoni

Franco Donaggio
Chioggia -VE- 1958
Donaggio opera come fotografo professionista e graphic designer a Milano dal 1979. L’artista riceve nel 1996 il Gran Prix Award per lo still life e il Kodak Gold Award per il ritratto creativo. Dal 1996 è rappresentato negli States dalla Joel Soroka Gallery di Aspen. Il lavoro dell’autore è spesso presente nelle più importanti rassegne internazionali d’arte e fotografia negli Stati Uniti: Art Miami, Photo LA, Los Angeles; AIPAD Show, New York; Art Fair, Chicago. Molte opere di Donaggio sono presenti in collezioni d’arte pubbliche e private.
www.donaggioart.it

mercoledì 13 marzo 2013

Cristina Gori - Vault Over

General, 2013

Venezia - dal 13 marzo al 26 maggio 2013
Cristina Gori - Vault Over

IKONA GALLERY - INTERNATIONAL SCHOOL OF PHOTOGRAPHY
Cannaregio 2909 (30121)
Campo Del Ghetto Nuovo
+39 0415289387 , +39 0415289387 (fax)
mail@ikonavenezia.com
www.ikonavenezia.com


“Vault Over attraversa spazi temporali e geografici, mitici e mitologici e ci conduce con il proprio sguardo all’interno di un esercito di terra schierato”.
Il progetto, site specific, vede l’artista interprete di un percorso metaforico e mentale che collega la città di Venezia alla città di Xi’an.
orario: da domenica a venerdì ore 11.00 - 19.00
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: free admittance
vernissage: 13 marzo 2013. ore 18.00
catalogo: in galleria. catalogo a cura di Alessandro Cardinale e Cristina Gori, con testo critico a cura di Carolina LIo,
curatori: Živa Kraus
autori: Cristina Gori
genere: fotografia, personale



comunicato stampa 
Inaugurazione nella sede di Ikona Gallery in Campo del Ghetto Nuovo, la mostra personale di Cristina Gori: "Vault Over". Il progetto, site specific, vede l’artista interprete di un percorso metaforico e mentale che collega la città di Venezia alla città di Xi’an e si muove sui passi di Marco Polo per compiere un nuovo viaggio attraverso la Via della Seta che, in antichità, collegava i due luoghi costituendo uno dei tragitti più importanti della storia per gli scambi commerciali e culturali. “Vault Over attraversa spazi temporali e geografici, mitici e mitologici e ci conduce con il proprio sguardo all’interno di un esercito di terra schierato”.
Fanno parte del progetto una serie di autoritratti, un intervento installativo e un dipinto del pittore cinese Zhou Zhiwei. Il progetto è documentato da un catalogo disponibile in mostra con testi di Carolina Lio.

APPROFONDIMENTO
La riflessione alla base del progetto Vault Over parte da uno dei paradossi più importanti che ci poniamo sulla storia e la continuità dei due grandi blocchi economici rappresentati dalla dicotomia Occidente / Oriente. Scrive a questo proposito Carolina Lio all'interno del catalogo che accompagna la mostra: “Sempre più spesso sentiamo parlare di divisione tra il mondo West e il mondo East e allo stesso tempo di globalizzazione. Queste due idee completamente in contrasto tra di loro sono entrambe vere, dimostrate, studiate e sostenute. Si può dire che si tratta di uno dei grandi paradossi del nostro tempo, forse persino quello più importante. Ecco perchè molti artisti sentono il bisogno di indagare quale sia il limite di veridicità tra queste due tematiche. Quanto sono davvero distanti oppure uniti Occidente e Oriente?”.

Lavorando su queste riflessioni e su quello che sembra uno scontro tra due sistemi, Cristina Gori usa se stessa, la propria immagine e l'elemento del suo corpo che sente come maggiormente contraddistintivo della propria immagine : i suoi capelli, particolarmente lunghi , per creare un incontro tra le due culture, ed identificarsi con uno dei simboli più conosciuti e rappresentativi della storia della Cina: l'esercito di terracotta. Infatti, sono proprio le acconciature dei guerrieri a contraddistinguere le varie posizioni all'interno dell'antico esercito cinese dell'imperatore Qin Shihuang. Attraverso una serie di autoritratti Cristina Gori trasforma se stessa in una ibridazione tra l'identità veneziana e quella cinese, dando una personale visione della Via della Seta attraverso la sovrapposizione e la stratificazione delle due culture e delle loro storie. Coperta da uno strato di argilla l'artista si trasfigura e si immerge nella storia rivestita di una seconda pelle ricca di rimandi sociologici e storici, presentando un lavoro in un cui l'uomo e la sua umanità (messi in risalto dal fatto che ad essere rappresentato è non l'intero corpo ma la sola testa) diventano somma di un flusso vitale infinito e immortale che ha attraversato tutti i secoli, che ci compone e che ci sopravvive per continuare ad accumularsi e perpetuare la sua costruzione eterna del mondo”.
E’ proprio sull’idea di pelle di natura, come superficie tattile ed ideologica , che l’artista basa la propria ricerca artistica incentrata sul dualismo natura - artificio , sul concetto di imitazione ed ibridazione tra due elementi in antitesi.

In mostra, oltre ai 15 lavori fotografici, sarà possibile vedere vedere un'installazione / libro in seta e ferro realizzata dall'artista che testimomia metaforicamente la possibilità di “sfogliare” la storia attraverso le sue varie stratificazioni. Infine, sarà presente a chiusura percorso un dipinto dell’ artista cinese ospite, Zhou Zhiwei, che ha percorso personalmente molti tratti della Via della Seta dando vita a una serie di opere pittoriche, tra cui il Deserto del Gobi, voluto e scelto da Cristina Gori per completare il progetto.

NOTA BIOGRAFICA

Cristina Gori è nata a Padova nel 1976. Ha studiato presso l'Accademia di Belle Arti di Venezia. Tra gli ultimi progetti a cui ha partecipato ricordiamo : Reconsidering Earth al North Art Space Gallery di Jakarta e Quotidiana presso Palazzo Trevisan di Padova. Nel 2008 è stata invitata ad ‘Olympic Fine Arts’, mostra internazionale in contemporanea alle Olimpiadi di Pechino tenutasi presso il China International Exhibition Center a Pechino. Tra le altre numerose sedi che hanno ospitato il suo lavoro ricordiamo: Museo Revoltella a Trieste, Fondazione Pistoletto a Biella, Central Exhibition Hall Manege a S. Pietroburgo, Scuderie Aldobrandini a Frascati e Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia. Ha vinto numerosi premi e riconoscimenti a livello nazionale e internazionale.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...