venerdì 21 dicembre 2012

Luigi Pagano - Come ovo

 OVO 2012 tecnica mista su tela cm 160x80x6

Napoli - dal 21 al 31 dicembre 2012
Luigi Pagano - Come ovo

AGORA' MORELLI
Via Domenico Morelli 54 (80121)


Si tratta di tre grandi opere pittoriche – Come pelliccia con piccoli ferri, Ovo e Radice del corpo – realizzate tutte nel 2012, che segnano il percorso pittorico che l'artista di Scafati sta attraversando in questi ultimi anni

biglietti: free admittance
vernissage: 21 dicembre 2012. ore 19
autori: Luigi Pagano
genere: arte contemporanea, personale
email: t.gelsomino@hotmail.it




comunicato stampa 
Venerdì 21 dicembre 2012 alle ore 19, presso gli spazi dell'Agorà Morelli di Napoli sarà
inaugurata la mostra personale di Luigi Pagano “Come ovo”. in occasione della quarta
edizione dell’iniziativa “Natale a Napoli ..percosi di luce”
Si tratta di tre grandi opere pittoriche – Come pelliccia con piccoli ferri, Ovo e Radice del
corpo – realizzate tutte nel 2012, che segnano il percorso pittorico che l'artista di Scafati
sta attraversando in questi ultimi anni.
L'interesse per le culture orientali ed un approccio spirituale nel rapporto uomo/natura
affiora in immagini germinali, in cui la tela sembra costituire un confine tra il noto e
l'ignoto, tra il visibile e l'invisibile. La sua è una materia viva, attraversata da un moto di
espansione, impercettibile ma continuo, graduata nei toni di luce morbida, diafana, quasi
una nebbia che lentamente avvolge lo spettatore in uno stato di attesa.
Luigi Pagano “ha – scrive Ada Patrizia Fiorillo in occasione della mostra Prefigurazioni
allestita nel 2011 presso il FRAC di Baronissi - negli anni alimentato le proprie
sollecitazioni immaginative verso la soglia di uno scavo interiore condotto fino ai limiti del
sommerso. È in questo processo di ascesa che si materializzano le sue immagini che,
prive di una referenzialità tangibile, Pagano affida al colore, alle alchimie che l’interferenza
con il supporto, tela o lamiera, permette, ma soprattutto alla magia delle luci lasciate
affiorare come respiro di armonica condizione dell’anima”.
Maria Teresa Annarumma della sua pittura per la mostra Close Art del settembre di
quest’anno presso il Museo Mineralogico di Vico Equense- “Nel corso degli anni ha
delineato la sua ricerca formale in un duro duello tra forma e visione in cui il mezzo
pittorico ne è diventato protagonista, ma anche antagonista,infatti,soprattutto nell’ultimo
decennio,la sua ricerca personale l’ha spesso indirizzato verso una continua ridefinizione
del segno, nel tentativo di rendere la materia sempre più malleabile nei confronti dello
scenario da rappresentare….”
È quanto, in altri termini, colgono i versi che Marco De Gemmis gli dedica: “come copiassi
concrete/ materie di forma perfetta/ che non formino riconoscibili figure:/rubate a un
giacimento di precisi/ oggetti finora mai esistiti/ appena venuti alla luce...”.

Per contatti: t.gelsomino@hotmail.it donatella.liguori@virgilio.it

Luigi Pagano

Nasce a Scafati 11 settembre 1963, è docente di Discipline Pittoriche Liceo Artistico Statale di Napoli.
Vive e lavora a Scafati
Suoi lavori sono presenti in importanti collezioni pubbliche e private italiane
ed estere tra cui in permanenza presso il Duomo di Napoli, Chiesa di San Lio a Venezia,
Museo Stauròs di San Gabriele, Music und Theater di Monaco di Baviera.
E’ tra i trenta artisti italiani che hanno illustrato i Lezionari della Chiesa Cattolica Italiana.
l.pagano63@libero.it
www.luigipagano.com
principali personali e interventi ambientali

1984 Contrapposti,nuova galleria internazionale UCSEI Roma
Della natura di Luigi Pagano, galleria il Castello, Maddaloni(Ce)
1988 Testurologie Liriche,galleria Morone6, Milano
1991 Emergenze attuali nella ricerca,Scuola di specializzazione di Storia dell’Arte,Università di Siena
1994 Pitture, Abbazia di Realvalle, Scafati
1996 Dei corpi la pittura, Museo Sperimentale d’arte moderna, l’Aquila
1998 Lo stupore e il tempo, Chiesa S. Giovanni Battista, Scisciano (Na)
2000 Mutazioni 1990-2000, Galleria Giulia, Roma
2004 Immagini sospese,Istituto Italiano di Cultura, Monaco di Baviera
Opere recenti,Frac,Convento Francescano SS. Trinità, Baronissi (Sa)
2005 Ferita, installazione permanente Duomo di Napoli, Napoli
Ad occhi chiusi, Conservatorio di Musica ,San Pietro a Majella, Napoli
2006 Mit geschlossenenen augen- Accademia di Musica e Teatro di Monaco di Baviera
2007 Visioni, Associazione culturale Grafio, Prato
2010 Prefigurazioni, Spazio tekla ,Cava dei Tirreni, Salerno
2011 Fienga Pagano Vollaro, Real Polverificio Borbonico, Scafati
2012 Trasmutazioni Luigi Pagano-Maria Rucker Obersten Baubehörde im Bayerischen Staatsministerium
des Innern
Monaco di Baviera
ComeOvo,Agorà Morelli,Napoli

principali partecipazioni a rassegne e mostre collettive

1986 Premio CampignaXXX edizione, Santa Sofia di Romagna
XI Quadriennale Nazionale d’Arte, Roma
1987 L’Officina di Scafati,Scafati ,Arezzo
1988 Roma Arte Oggi, Break Club Roma
1989 Premio Michetti, Francavilla a Mare
1990 Il lusso della pausa, ex padiglione avicolo Firenze, Chiesa di S. Rita Roma, Chiostro di S. Maria di
Collemaggio, l’Aquila
1991 Esaedro,XXXVI Mostra Nazionale d’Arte contemporanea, Termoli a cura di Giorgio di Genova
1992 Beata Passio, V Biennale d’arte Sacra Museo Stauros, San Gabriele di Colledara
1995 Tra racconto e rappresentazione,XXII premio Sulmona, Sulmona
1999 BNL,Una banca per l’arte oltre il mecenatismo, Chiostro del Bramante, Roma
Nuove emergenze negli anni ottanta e novanta,Premio Marche, Ancona
Il bosco Sacro dell’Arte, Real Bosco di Capodimonte, Napoli
2001 Architettura –Arte –Città, Palazzo delle Esposizioni, Roma
2005 Già e non ancora, 51a Biennale di Venezia, Chiesa di San Lio ,Venezia
2006 XII Biennale d’arte sacra, Museo Stauros, San Gabriele di Colledara
2008 XIII Biennale d’arte sacra, Museo Stauros, San Gabriele di Colledara
2009 Dialoghi di luce, chiesa S. Francesco di Paola, Scafati
2010 Humana Passio, Sala museale quartiere S.Stefano,Bologna
Luminaria 02, centro storico di Napoli
2011 Prefigurazioni, Museo FRAC Baronissi
Lo stato dell’arte,54a Biennale di Venezia,Pontecagnano Faiano
le stanze dell'anima,Chiesa SS.Annunziata, Marcianise Caserta
Seguendo il cammino di Marco Polo,artisti italiani dipingono Hangzhou, Fondazione Bevilacqua la
Masa, Venezia –Museo d’arte moderna di Hangzhou
2012 CloseArt ,Museo Mineralogico, Vico Equense,Napoli

21 12 2012

Emilio Cafiero / Studio Illegale / 2007 / grafite su carta di cm 38x48 (Courtesy Romberg)

Latina - dal 21 dicembre 2012 al 2 febbraio 2013
21 12 2012

ROMBERG ARTE CONTEMPORANEA
Viale Le Corbusier (04100)
+39 0773604788 , +39 0773690053
artecontemporanea@romberg.it
www.romberg.it


E se veramente avessero ragione i Maya? Se il 21 dicembre 2012 finisse tutto?
orario: da lunedì a sabato 16-19,30
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: free admittance
vernissage: 21 dicembre 2012. h 19.00
curatori: Italo Bergantini, Alessandro Trabucco
autori: Edoardo Bernardi, Marco Betocchi, Alessandro Cacciotti, Emilio Cafiero, Matteo Cassetta, Carlo D'Orta, Eros De Finis, Carlo De Santis, Pierluigi Febbraio, Robert Mahn,Andrea Marcoccia, Bruno Marrapodi, Francesca Martino,Mauro Maugliani, Dario Molinaro, Marinella Paolini, Luca Piovaccari, Alessandro Procaccioli, Giuseppe Ripa, Paola Romano, Marcello Scopelliti
genere: arte contemporanea, collettiva

comunicato stampa 
E se veramente avessero ragione i Maya? Se il 21 dicembre 2012 finisse tutto? Allora che senso avrebbe l’aver speso miliardi di dollari per l’ultima campagna elettorale americana? E che senso avrebbero le proteste che da parecchio tempo stanno manifestando cittadini di tutto il mondo “indignati” dalla crisi che sta attanagliando l’economia globale e determinando la rovina di intere comunità? O i sacrifici richiesti ai popoli europei più in difficoltà per risanare la propria economia e per non uscire dall’unione monetaria?
Le guerre, quelle, invece non hanno mai avuto senso e ci vorrebbe altro che una profezia apocalittica per fermarne la loro assurda e continua moltiplicazione e diffusione.
Forse nemmeno l’asteroide che provocò l’estinzione dei dinosauri una sessantina di milioni di anni fa potrebbe più avere lo stesso effetto catastrofico e definitivo.
Se tutto dovesse finire tra qualche giorno e il 21 12 2012 dovesse essere effettivamente l’ultimo della Storia nel quale sarà esalato anche l’ultimo respiro dell’Umanità, allora che senso avrebbe allestire una mostra d’arte contemporanea con un nutrito numero di artisti che sfidano questa eventualità con una sorta di coraggiosa (ma anche incosciente ed ironica) fiducia nel futuro prossimo?
Le profezie, forse, servono proprio a questo, a stimolare un mutamento, a provocare una tensione emotiva, a produrre un’atmosfera di attesa che sfoci in una nuova visione del mondo.
O forse non servono proprio a nulla, se non a creare un diversivo, ad alimentare la sete di catastrofismo ormai tipica della nostra epoca cinematografica in 3D.
21 12 2012 mette in mostra la speranza, la volontà e la certezza che cambieremo pagina. 21 ARTISTI, 21 OPERE che si pongono nella condizione di vivere le profezie Maya così come effettivamente dovrebbero essere interpretate, 21122012 non è il codice per la distruzione totale ma la sequenza di detonazione che innescherà uno sguardo sul nostro NUOVO FUTURO.


Giorgio Celiberti - Sul volo di una farfalla, segni di memorie dai muri di Terezin-bambini nella Shoah

Giorgio Celiberti - particolare di Sul volo di una farfalla

Cesena () - dal 22 dicembre 2012 al 10 febbraio 2013
Giorgio Celiberti - Sul volo di una farfalla, segni di memorie dai muri di Terezin-bambini nella Shoah

GALLERIA COMUNALE D'ARTE - PALAZZO DEL RIDOTTO
Corso Giuseppe Mazzini 1 (47023)
+39 0547355727 , +39 0547355711
cesenacultura@comune.cesena.fc.it


Uno straordinario evento legato ad uno degli ultimi artisti viventi che hanno partecipato alla prima Biennale di Venezia del dopoguerra.L’esposizione di Celiberti al Palazzo del Ridotto di Cesena, partirà dal ricordo dell’artista nel suo viaggio a Terezin, lager vicino Praga.introduce Enzo Dall'Ara.
orario: mercoledì,sabato,domenica ore 10-12.30 e 15.30-19 - martedì,venerdì ore 15.30-19
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: free admittance
vernissage: 22 dicembre 2012. ore 17.00
catalogo: Maria Grazia Melandri, Wafra litografica
curatori: Maria Grazia Melandri
autori: Giorgio Celiberti
patrocini: MEB-Museo Ebraico di Bologna
Regione Emilia Romagna
Provincia Forlì-Cesena
genere: personale, arte moderna

comunicato stampa 
Uno straordinario evento aprirà alla Galleria Comunale d’Arte Moderna-Palazzo del Ridotto di Cesena, sabato 22 dicembre 2012 alle ore 17, legato ad uno degli ultimi artisti viventi che hanno partecipato alla prima Biennale di Venezia del dopoguerra (1948), Giorgio Celiberti.
Testimone superbo dell’arte italiana nel mondo a cavallo di due secoli, è animato da una gestuale furia creativa che lo ha portato a sperimentare e ricercare il segno del proprio linguaggio con i materiali più diversi, dalla pittura all’affresco, dalla scultura alla ceramica. Instancabile viaggiatore, curioso delle culture e delle atmosfere del mondo e dei popoli, fin dagli anni Cinquanta entra in contatto con i maggiori esponenti della cultura artistica italiana e internazionale di quel tempo.
Un anno fondamentale del suo percorso è il 1965, dopo la visita al campo di concentramento di Terezin, lager nazista vicino a Praga, dove trovarono la morte migliaia di bambini ebrei; lo shock emotivo fu talmente forte da rappresentare una svolta radicale nella sua vita artistica.
I disegni tracciati sui muri dai bambini ebrei lì internati, quelle tragiche “finestre” con cancellature, elenchi e colonne di numeri, colpirono a tal punto la sensibilità dell’artista che, da quel momento, il suo linguaggio pittorico si permeò di quei segni. Celiberti affermerà: “Quello fu il momento più drammatico della mia storia di pittore … Ciò che producevo dopo la visita a Terezin sembrava non esprimere abbastanza il dolore profondo che provavo. Come se in quel momento fossi passato a vedere la vita dall’altra parte: dalla parte della verità, della tragedia, del dolore, dell’orrore, della vergogna di essere uomo e come tale responsabile di quello che era accaduto. Desideravo dare una risposta che non si servisse delle parole, perché le parole erano tutte inutili. Bisognava scavare dentro per trovare segni che rispondessero all’invocazione di quei bambini, che con i loro graffiti avevano lasciato una disperata domanda d’amore e anche di perdono. Hanno scritto delle poesie e fatto dei piccoli disegni rappresentanti farfalle, cuori, numeri. Ho cominciato così a dipingere le farfalle e i cuori in omaggio a quelle vittime innocenti”.

L’esposizione al Palazzo del Ridotto partirà proprio dal ricordo dell’artista di quei momenti e da tutto quello che quell’esperienza gli ha lasciato nel cuore fino ai giorni nostri. Opere selezionate, tele preziose per impasti e cromie, sculture, una progressione di opere che costituiscono un corpus espositivo rigoroso nei motivi ispiratori, un affondo storico che si concretizza in impegno etico.
Con la tecnica dell’affresco su tela o su tavola, Celiberti ha inciso la materia di graffi e segni a volte appena abbozzati: utilizzando le X con le quali le piccole vittime conteggiavano i giorni di prigionia, le lettere T, Z, N, riferite al luogo, elementari segni come cuori congiunti, colombe e farfalle che ci parlano di un’umanità sofferente arsa dal bisogno di dialogo, tenerezza e amore.
E’ stato selezionato per il manifesto e l’invito un particolare di un’opera di Celiberti esposta nella mostra cesenate, che rappresenta il volo di una farfalla, simbolico sogno di libertà di sofferte tracce esistenziali impresse nei muri di Terezin. La farfalla, inoltre, quale incisivo elemento metaforico, si ritrova anche nei codici miniati di Novello Malatesta, come documentano i materiali conservati nella Biblioteca Malatestiana di Cesena, patrimonio dell’umanità.
Una esposizione di grande interesse che diventa veicolo di dialogo tra società e ambienti e riflessione sullo spirito di pace e fratellanza dei popoli, di forza interiore che non dovremmo dimenticare nel nostro vivere quotidiano.

Giorgio Bellini - Paesaggi invernali


Cattolica (RN) - dal 22 dicembre 2012 al 13 gennaio 2013
Giorgio Bellini - Paesaggi invernali

GALLERIA COMUNALE SANTA CROCE
Viale Giovanni Pascoli 21 (47841)
+39 0541967802 , +39 0541966603
museo@cattolica.net
www.cattolica.net


La pittura di Giorgio Bellini restituisce sotto una luce bianca e abbacinante per chiarore un paesaggio in dissolvenza, impalpabile e sfumato nei contorni. La caratteristica peculiare della sua arte, vale a dire la poetica della cosiddetta velatura, la ‘cerniera’ ideale tra paesaggio interiore e esteriore, è diventata distintiva del suo operare in questi ultimi anni. I suoi paesaggi, ammantati dal chiarore niveo di una luce totale che azzera tutti i toni, sembrano il distillato di un prestigiatore visionario che ha voluto nascondere i colori. Il mistero oltre lo sguardo si addensa, là dove la terra scompare all’orizzonte e l’anima delle cose riemerge con un potenziale evocativo tanto più forte quanto più nascosto.
orario: aperto sabato e domenica dalle 16 alle 19 il 26 dicembre e 1° gennaio 2013
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: free admittance
vernissage: 22 dicembre 2012. h 17020
curatori: Annamaria Bernucci
autori: Giorgio Bellini
genere: arte contemporanea, personale

comunicato stampa 
Sabato 22 dicembre 2012 alle ore 17,30 si inaugura alla Galleria Comunale S.Croce di Cattolica (via Pascoli 21) la mostra del pittore Giorgio Bellini dal titolo Paesaggi invernali.
La pittura di Giorgio Bellini restituisce sotto una luce bianca e abbacinante per chiarore un paesaggio in dissolvenza, impalpabile e sfumato nei contorni. La caratteristica peculiare della sua arte, vale a dire la poetica della cosiddetta velatura, la ‘cerniera’ ideale tra paesaggio interiore e esteriore, è diventata distintiva del suo operare in questi ultimi anni. I suoi paesaggi, ammantati dal chiarore niveo di una luce totale che azzera tutti i toni, sembrano il distillato di un prestigiatore visionario che ha voluto nascondere i colori. Il mistero oltre lo sguardo si addensa, là dove la terra scompare all’orizzonte e l’anima delle cose riemerge con un potenziale evocativo tanto più forte quanto più nascosto.
I luoghi della Valmarecchia e della Valconca sono riconoscibili malgrado l’avvolgente sfumatura che tutto ricopre come una coltre: i confini e la percezione nitida delle cose sono occultati da un velo sottile, i paesi aggrappati alle colline, il digradare delle valli e dei campi all’orizzonte, i tetti di Verucchio o di Montefiore i profili di Cerreto o di Saludecio. Come scrive Francesco Rinaldini nell’introduzione del catalogo della mostra “...la neve apparente che sembra ricoprire ogni cosa offuscandola, rarefacendone i contorni, rappresenta una sorta di invito all'affinamento razionale dello sguardo. Di fronte all'immagine che cela e rivela, nell'impossibilità permanente di mettere a fuoco, vive l'esortazione a guardare meglio, a forzare l'occhio per cogliere, nelle cose così come appaiono, la loro verità”.
Il gusto pittorico di Bellini è maturato sulla conoscenza dei paesaggisti che hanno fatto la storia della pittura romagnola e riminese in particolare, come Emo Curignani, Edoardo Pazzini, e soprattutto Luigi Pasquini di cui fu allievo; la sua crescita si deve anche grazie ai contatti con sensibili intenditori come Gerardo Filiberto Dasi a cui negli anni si sono aggiunti nomi importanti come Antonio Paolucci e Luca Cesari. Bellini continua a piegare il suo pennello e la sua sensibilità al tema della terra e del paesaggio, da privilegiato conoscitore di scorci e vedute, quasi a volerne fermare e perciò conservare nel tempo la memoria.

Note biografiche
Giorgio Bellini, pittore e scultore, è nato a Vergiano (Rn) nel 1937. Nel 1969 ha tenuto la prima mostra personale presentata dal pittore e giornalista Luigi Pasquini, (Rimini, Galleria del Vicolo Gomma). Numerosissime le sue esposizioni, anche in collettive, in Italia e all’estero. Annovera tra gli interventi critici, a partire dagli anni ’60, i contributi di Aureliano Casali, Paolo Zauli, Rosanna Ricci, Franco Ruinetti, Amedeo Montemaggi, cui si sono aggiunti negli anni recenti i nomi di Rita Giannini, Ivo Gigli, Enzo Dall’Ara, Gabriello Milantoni, Bianca Arcangeli, Manlio Masini, Manuela Ricci, Annamaria Bernucci, Luca Cesari, Gerardo Filiberto Dasi, Alessandro Giovanardi, Stefano Pivato, Gianni Conti, Antonio Paolucci, Vittorio Sgarbi. L’insieme dei testi costituisce una corposa antologia critica che è a corredo dei suoi numerosi cataloghi. Il suo nome figura in numerosi repertori e dizionari dell’arte del ‘900 italiano. E’ membro di numerose accademie ed istituzioni culturali italiane e straniere.

La fine del mondo


Biella - dal 21 dicembre 2012 al primo febbraio 2013
La fine del mondo

GALLERIA ZAION - LANIFICIO PRIA
Salita Di Riva 3 (13900)
+39 3805140212
zaira@zaiongallery.com
www.zaiongallery.com


Aspettando l'ennesima fine del mondo che per il calendario Maya cadrà il 21.12.12 abbiamo chiesto a tre artisti di fama internazionale di interpretarla. Nasce così la mostra che unisce i lavori di Silvia Levenson, Florencia Martinez e Alessandro Pianca.
orario: da mercoledì a venerdì
dalle 16.30 alle 19.30
e su appuntamento.
(possono variare, verificare sempre via telefono)

vernissage: 21 dicembre 2012. ore 18/21
curatori: Zaira Beretta
autori: Silvia Levenson, Florencia Martinez, Alessandro Pianca
genere: arte contemporanea, collettiva

comunicato stampa 
la fine del mondo
La fine del mondo…

perché il sole splende ancora?

Perché gli uccelli continuano a cantare?

Forse non lo sanno che il mondo è finito?

Aspettando l'ennesima fine del mondo che per il calendario Maya cadrà il 21.12.12 abbiamo chiesto a tre artisti di fama internazionale di interpretarla. Nasce così la mostra che unisce i lavori di Silvia Levenson, Florencia Martinez e Alessandro Pianca.

Il sentimento umano che più si addice alle proiezioni catastrofiche è la paura, esorcizzata con il lavoro "Lezioni di volo" della Levenson. L'opera esplora i sentimenti ambigui che derivano dal contrasto fra il desiderio di volare, di saltare nel vuoto alla ricerca ideale di un inizio, e la paura che a volte ci paralizza e ci fa vedere degli ostacoli maggiori delle nostre forze. Una montagna di sedie in ferro a formare una colonna, quasi una rampa di lancio; sicuramente una via d'uscita faticosa e allo stesso tempo tenera nella sua ingenuità. Una volta trovata la via di fuga ecco a noi i kit di sopravvivenza con profumi, creme e antidoti in rapporto alle nostre aspettative più glamour di eternità.

Dall'idea di eternità entriamo nell'installazione "La fine del mondo e il paese delle meraviglie" della Martinez. L’atmosfera surreale è di grande potere evocativo. Ogni situazione, ogni oggetto ci fa rimbalzare come la palla di un gioco senza fine dai nostri ricordi ai nostri sogni, in un bizzarro presente onirico. Idee nuove, che come le pagine di un diario, raccolgono il cammino dell'artista, raccontano dei suoi compagni di viaggio, delle sue emozioni usando come supporto carte degli anni '50, vecchie e ingiallite. Il racconto attuale si fonde con l'inchiostro di una calligrafia di altri tempi, che ha superato la mano che le ha dato forma, facendo emergere tutta la fragilità del tempo che passa. Un segno rimasto che è già in se stesso un'opera d'arte.

Un'interpretazione letterale tutta al positivo e strettamente legata alla sfera sentimentale ed emozionale è la visione della fine del mondo di Pianca. Chissà perché siamo soliti pensare a cose catastrofiche se ci chiedono come vediamo la fine del mondo, mentre spontaneamente usiamo dire "E' la fine del mondo" quando pensiamo a qualcosa di meravigliosamente bello e difficilmente descrivibile a parole che riguarda la nostra sfera più intima. Ed è proprio questa che ha voluto indagare e interpretare Pianca con la serie di lavori sul Bacio. Una visione morbida e calda per descrivere un sentimento eterno e immortale, che resiste a qualsiasi fine.

Niente è cambiato, ed è cambiato tutto.

Italo Turri Monzon - La poetica dell’essenziale


Anagni (FR) - dal 22 dicembre 2012 al 13 gennaio 2013
Italo Turri Monzon - La poetica dell’essenziale

CONVITTO PRINCIPE DI PIEMONTE
Viale Giacomo Matteotti 1 (03012)


Oltre trenta dipinti per ricordare, a diciassette anni dalla scomparsa, la figura di Italo Turri, autore tra i più originali del panorama artistico della terra di Ciociaria. Ordinata da Anna Turri e presentata in catalogo dalla Professoressa Maria Teresa Valeri, la mostra, che accoglie oltremodo preziosi inediti, permette una lettura davvero compiuta e rigorosa dell’intero percorso artistico di Turri pittore, nella sua Anagni.
Ospitata nello Storico Convitto “Principe di Piemonte”, sarà inaugurata il 22 Dicembre 2012, alle ore 17.00.
orario: Tutti i giorni 10.00 - 13.00 / 16.00 - 20.00
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: free admittance
vernissage: 22 dicembre 2012. h 17
autori: Italo Turri Monzon
genere: arte contemporanea, personale


comunicato stampa 
Oltre trenta dipinti per ricordare, a diciassette anni dalla scomparsa, la figura di Italo Turri, autore tra i più originali del panorama artistico della terra di Ciociaria. Ordinata da Anna Turri e presentata in catalogo dalla Professoressa Maria Teresa Valeri, la mostra, che accoglie oltremodo preziosi inediti, permette una lettura davvero compiuta e rigorosa dell’intero percorso artistico di Turri pittore, nella sua Anagni.
Ospitata nello Storico Convitto “Principe di Piemonte”, sarà inaugurata il 22 Dicembre 2012, alle ore 17.00.

CONVITTO PRINCIPE DI PIEMONTE
Viale G. Matteotti 1 Anagni (FR)
22 Dicembre – 13 Gennaio 2013
Tutti i giorni 10.00 - 13.00 / 16.00 - 20.00
Ingresso Libero


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Italo Turri, in arte detto “Monzon” (Anagni, 1926-1995), è uno straordinario pittore anagnino, che ha lasciato nei suoi dipinti e collage, realizzati con deciso segno espressionista, la semplice e vigorosa denuncia contro il male del secolo XX: l’emarginazione e il tragico disagio dell’uomo, schiacciato dalle leggi dell’egoismo e dell’“apparire”. Esse sono una potente denuncia della logica disumana della società consumistica e materialista.
Italo Turri, nelle sue opere, è testimone di sé, lancia il suo messaggio con il linguaggio arcano e universale dell’arte, ci pone direttamente in contatto soprattutto con l’uomo-Turri, che emerge a tutto tondo con la sua profonda aspirazione alla semplicità, alla verità dei rapporti umani, al rispetto della dignità della persona, al canto delle piccole cose che fanno bella la vita. Italo Turri - Monzon, con stile espressionista, a volte informale, ci rivela opere che sono autentici brani di poesia, stimolo vivace alla riscoperta del valore e della dignità dell’uomo.
L’opera del Pittore anagnino non può passare inosservata. Sin dalla prima vista la sua pittura cattura l’attenzione del riguardante: si presenta inizialmente con la dolcezza sommessa di una nenia familiare e poi si impone come sinfonia di colore e suoni; ti giunge dritta al cuore con il suo linguaggio semplice e vero; ti parla nel profondo dell’anima, quasi come creatura vivente; ti commuove nell’intimo, tanto è intrisa di dolore e tenace attaccamento alla vita. Non è facile sottrarsi al dialogo che l’Autore intavola con l’osservatore.

Linee biografiche

La formazione culturale ed artistica del Pittore (Anagni, 1926 - 1995) è legata alle esperienze dell’infanzia e agli studi professionali dell’adolescenza. Figlio di calzolaio, è abituato sin da piccolo ad osservare il lavoro artigianale del padre, quotidianamente intento a modellare pelle e cuoio, semplici materiali organici, per ottenere calzature utili per le necessità dell’uomo. Terminati gli studi primari, Italo Turri si iscrive all’Istituto d’Arte di Anagni, sezione di “Ebanisteria”, che termina nel 1940. La scuola d’arte rinforza le attitudini di Turri e acuisce la sua attenzione ai materiali naturali, che, “manipolati” dall’artigiano-artista, raggiungono nuova forma e nuovo valore, acquistano significato estetico e comunicano bellezza. Diciassettenne, Italo Turri partecipa alla formazione partigiana “Anagni” come “partigiano di gregario” e, arruolatosi nell’esercito, si congeda il 22 novembre 1948. Trova lavoro nella sua città come netturbino e si sposa nel 1950. Due figlie nascono dal suo matrimonio, che finisce nel 1955 in seguito alla decisione fondamentale della vita dell’Artista: rinunciare al mondo per iniziare una nuova vita in opposizione alle regole; vivere “ai margini” del mondo per assicurarsi l’osservatorio privilegiato per la ricerca del senso recondito delle cose e per cogliere la verità, nascosta dal velo dell’apparenza. La sua spiccata sensibilità, già forse traumatizzata dalle esperienze tragiche della guerra, deve aver ricevuto un’insanabile ferita dalla repentina trasformazione culturale degli anni successivi al dopoguerra, quando la società agricolo-pastorale del territorio, fondata sulla logica di una vita semplice legata ai bisogni primari della sussistenza, fondata sui valori riconosciuti nelle piccole cose della vita quotidiana quali la solidarietà e lo spirito di abnegazione, il lavoro e la sobrietà, cede improvvisamente il posto all’economia del “consumo”, catapultata nella provincia di Frosinone in seguito agli sviluppi della produzione industriale, che segnerà il boom economico degli anni ‘60 del XX secolo con il conseguente sovvertimento dei tradizionali valori e sistemi di vita.
Turri diventa un ribelle e, nel contempo, un reietto. Si allontana dalla società che gli appare un inferno: per le convenzioni mascherate di perbenismo, che vìolano la dignità personale dell’uomo e soffocano la sua libertà. Inconsciamente l’Artista esprime una visione hobbesiana della vita, in cui vale l’amara definizione homo homini lupus. Sicuro di non avere altra scelta, abbandona la Famiglia, la convivenza sociale e torna a vivere nella casa paterna, nido protettivo, rifugio dall’ipocrisia imperante che distrugge l’uomo, perché, negandogli il diritto di “parlare”, di essere sé stesso, gli sottrae il diritto esistere.

Note stilistiche

Italo Turri sceglie lo “scandalo della debolezza”, la povertà totale, l’emarginazione da una società matrigna e disumana, che, rifiutando il “diverso”, gli impedisce il dialogo paritario, schietto e autentico. La sua vita diviene “povera” e proprio per il distacco dal peso delle cose diviene “libera”; Turri – Monzon, liberatosi dalla cosalità pesante del reale, facendo ricorso alla sua fantasia, alla sua poesia, alla sua arte, nel suo spirito ritorna in possesso pieno di ogni cosa. Contestualmente l’Artista rifiuta il dialogo convenzionale della parola-abusata della convivenza comune per scegliere il suo linguaggio, quello universale della pittura, quello che non può essere equivocato e che rimane, nel tempo, sempre autentico, vero e liberante.
Significativo è il nomignolo che la gente del suo paese gli veste addosso: “Monzon”, famoso pugile, e che Italo Turri accetta. Con questo nuovo nome il nuovo Turri firma le sue opere: egli, così, dimostra di non rinunciare alla lotta, continua a combattere pacificamente con i “suoi pugni”, cioè con le sue mani di artista, dimostrando come le mani dell’uomo riescano a produrre bellezza, manipolando materie apparentemente prive di valore, rinnovando e dando vita alle cose morte, quelle scartate e ritenute inutilizzabili.
Da tale concezione del mondo deriva la preferenza per il segno espressionista e la scelta delle tecniche utilizzate con analoghi scopi artistici dalla Pop Art americana e dall’Arte Povera, mediante il recupero dei materiali poveri, preferibilmente quelli di scarto. Italo Turri-“Monzon” usa come supporti alla sua pittura cartone, stoffe, manifesti pubblicitari, impellicciature di compensato, smalti e acrilici, che spesso recupera nelle zone di raccolta cittadina dell’immondizia. “Monzon” realizza in tal modo una vera operazione culturale, riconosce con la sua vita “ai margini” il grande valore oggettivo che ciascuna cosa, sia essa naturale o prodotta dall’uomo, porta in sé e contemporaneamente afferma l’infinito valore della dignità di ogni uomo, ricco o povero, potente o debole, autorevole o ingiustamente senza diritto di parola, di cui l’oggetto di scarto diviene nelle mani dell’Artista poetica metafora.
I soggetti di Italo Turri, ripresi dalla vita quotidiana, osservati senza riserve mentali, sono semplici scene di vita di paese, paesaggi, nature morte, personaggi senza espressione che sembrano parlarsi ma non comunicano, città fitte di case senza finestre, riprese di interni domestici, animali, geometrie. In ogni opera si riscontrano pochi colori utilizzati e sempre in accostamento tonale, i rossi, i verdi, i blu, il nero, i grigi, rari tocchi di bianco, il marrone, il beige. La ristretta gamma di colori è forse condizionata dal reperimento spesso occasionale delle tinte utilizzate per dipingere o anche dalla necessità di essenzializzare il linguaggio cromatico, per rendere più efficace la comunicazione degli stati d’animo da trasmettere. La ricostruzione dello spazio, luogo dell’azione dei personaggi, è a volte sacrificata alla resa bidimensionale dei soggetti oppure è raggiunta mediante gli effetti di profondità prospettica ottenuti con la sapiente giustapposizione di gradienti cromatici, con pennellate costruttive decise e materiche, che si scontrano, o con l’uso di impellicciature di compensato, disposte sul supporto in modo da generare ordinate suggestioni di piani e volumi. Il supporto è quasi sempre cartone o cartoncino, materiale di scarto, raccolto con cura tra gli avanzi della opulenta società del benessere economico.
Spesso nelle opere di Italo Turri-Monzon lo spazio è assente o alterato prospetticamente, probabilmente a significare una realtà ritenuta fissa, immutabile, colta nella sua tragica e dolorosa portata universale. Tuttavia sempre si coglie nella pittura di Monzon una felice e certamente intenzionale partitura geometrica della struttura compositiva, sovente suggerita anche dalle pieghe dei cartoni utilizzati a supporto della sua pittura.
Gli stessi cartoni riciclati divengono valido mezzo espressivo nelle mani di Monzon: grazie alla loro movimentata texture, lasciata visibile dalle pennellate trasparenti, essi ci parlano sommessamente della luce che sfiora le superfici, dà sostanza alle forme, vitalità alla realtà. Come aveva intuito Picasso, anche nell’opera di Monzon l’inserimento di frammenti di cartone, impellicciatura, stracci conferisce valore di concretezza reale al dipinto, che non è più una semplice riproduzione del fenomeno, ma è ricostruzione ed epifania della realtà, che l’artista avverte per via di sentimento e comunica quale sua personale visione del mondo.
L’Artista non data i suoi dipinti: ciò che raffigura è la realtà quotidiana, è la storia dell’uomo Italo Turri nel suo quotidiano rapporto con la realtà, fuori da schemi che, incasellando rigidamente l’esistenza, rendono l’uomo prigioniero del passato e delle sue convenzioni oppure schiavo dell’ansia scaturita dalla paura del futuro. Italo Turri-Monzon nella sua disarmante semplicità inconsciamente ricalca il pensiero crociano secondo cui “la storia è il presente”, è l’intervento che l’uomo riesce a compiere con le sue scelte e comportamenti nell’esperienza del vivere, che si attua solo e sempre nel momento presente dell’esistenza di ciascuna persona.
Ciò che colpisce dell’opera di Italo Turri è l’Uomo con le sue sofferenze e desideri profondi, il suo desiderio di libertà che coincide con l’aspirazione alla bellezza, il riflesso di un animo bambino, innocente, ferito dal rifiuto, ma privo di risentimento verso chi lo umilia, allontanandolo. In questo paradossalmente l’Uomo-Turri diviene vincente, poiché la sua arte è un nobile richiamo all’uomo del terzo millennio a rispettare i valori fondanti della dignità dell’uomo, profondamente intuiti dalla civiltà greco-latina e faticosamente conquistati nella nostra civiltà durante i due millenni trascorsi dell’era cristiana.
(Maria Teresa Valeri)

giovedì 20 dicembre 2012

Giovanni Lombardini - Così mi vedo

 Giovanni Lombardini, Inventari, 2009, cm 100X100

Milano - dal 20 dicembre 2012 al 9 febbraio 2013
Giovanni Lombardini - Così mi vedo

GALLERIA POLIART
Viale Gran Sasso 35 (20131)
+39 0270636109
info@galleriapoliart.com
www.galleriapoliart.com


La PoliArt Contemporary presenta COSI’ MI VEDO, seconda mostra personale di Giovanni Lombardini, negli spazi della galleria milanese. Il vernissage si aprirà con la danza “Visioni”, con la coreografia di Serena Zardini e la musica di Paola Samoggia, realizzata espressamente per la mostra.
orario: mercoledi e giovedì dalle 16.30 alle 19.30 venerdì e sabato 10.30 – 13 e 16.30 – 19.30, gli altri giorni per appuntamento.

(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: free admittance
vernissage: 20 dicembre 2012. ore 19.00
catalogo: in galleria. a cura di Leonardo Conti
curatori: Leonardo Conti
autori: Giovanni Lombardini
genere: arte contemporanea, personale




comunicato stampa 
La PoliArt Contemporary presenta COSI’ MI VEDO, seconda mostra personale di Giovanni Lombardini, negli spazi della galleria milanese. Il vernissage si aprirà con la danza “Visioni”, con la coreografia di Serena Zardini e la musica di Paola Samoggia, realizzata espressamente per la mostra.
Il titolo dell’esposizione COSI’ MI VEDO coglie una delle particolari caratteristiche della ricerca di Lombardini: il segreto potere specchiante delle sue opere, che trattiene e restituisce la realtà circostante. L’effetto che l’artista ottiene, infatti, attraverso un particolare uso del colore e di un efficace trattamento con acrilico lucido, è proprio questo impatto di ambiguità coinvolgente in grado di folgorare l’osservatore, colto da un insopprimibile desiderio di toccare per capire. “Così mi vedo” allude allo sbigottimento, alla nostra sorpresa, proprio nel momento in cui eravamo più coinvolti dalla costruzione di forme e colori.
Delle circa trenta opere esposte, una quindicina appartengono al fondo permanente dell’artista, conservate negli anni come nucleo di capisaldi del suo percorso antologico e ora messe a disposizione della PoliArt Contemporary. Tra queste, oltre ad alcune dell’ultimo ciclo “Pas des deux”, in mostra ci saranno anche opere di grande dimensione, tra cui un infuocato “Inventario”, solcato da una notte verticale che apre una soglia profonda, pronta ad accoglierci; e poi il mirabile doppio barbaglio giallo del grande “Pietre preziose”, che mostra come Lombardini non costruisca superfici ma profondità; l’opera “Rime”, infine, dal fortissimo impatto cromatico, in cui il colore multiforme, sgorgante dalla verticale mediana del quadro, conquista lo spazio della superficie e gli spessi bordi laterali, fino quasi a rimbalzare sulla parete.
Presenza inedita di questa esposizione sono, poi, quindici opere su carta, anche fotografica, scelte negli ultimi tre anni dalla PoliArt, tra più di duecento. Sono queste raffinatissimi brani poetici, in cui la profondità e il volume, sono come raggiunti in un unico gesto, in grado di versare la luce e l’ombra in una sorta di nuova alba della pittura.


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